STORIE DI TANGO..

MENSAJE, STORIE DI TANGO CAPITOLO 5.

Si, sono passato da casa tua Enrique, fu a gennaio di quest’anno. Feci un viaggio con i miei allievi a Buenos Aires per mostrargli la città ed i luoghi dove il tango è nato. Mi dissi: una mattina mi prenderò un paio d’ore per andare a “Calle Callao”, a casa tua, dove vivesti con Tania, dove moristi di tristezza e delusione. Volevo vedere il posto da dove tu entravi ed uscivi, com’era l’angolo e le cose che vedevi tutti i giorni. E cosi feci. Mi fermai d’avanti al palazzo e stetti li per un’ora in piedi cercando d’indovinare quale era il tuo balcone, il tuo appartamento. Chiesi al giornalaio di fronte che mi confermò che avevi vissuto li. Suonai il citofono ed il portinaio un po’ seccato mi rispose che non sapeva nulla, che non ti conosceva. Rimassi li ancora un po’, assaporando l’ennesima ingiustizia nei tuoi confronti. E’ troppa l’emozione che Enrique Santos Discepolo suscita in me. Da quando il tango mi ha accolto tra le sue braccia, “discepolin” è uno degli autori che più profondamente mi accarezza l’anima.Ma non sono qui a pretendere di parlare della grandezza ​di Discepolo: non ne ha bisogno. Di lui parleranno in eterno le sue opere, i suoi tangos immortali, il suo teatro e le sue poesie. Piuttosto sono qui ad evocare una delle sue opere più toccanti e meno diffuse. Enrique mori nell’appartamento di Calle Callao al 500, di tristezza e depressione, dopo essere stato deriso e odiato da una parte dell’ambiente artistico e reazionario di Buenos Aires per la sua adesione al progetto culturale del peronismo. Dopo la sua morte, Tania la sua compagna di vita, chiamò il suo amico “Catulo Castillo” e gli disse: Enrique lasciò questa musica prima di morire, vuoi scrivere le parole? Catulo mise il foglio nella tasca del suo capotto e lì lo dimenticò. Un anno dopo mise la mano in quella tasca e ritrovò la musica di Enrique. Andò a letto mortificato quella notte. Si svegliò di soprassalto alle 4 e sentì come se qualcuno lo stesse spingendo a scrivere, dettandogli le parole che combaciavano perfettamente con quella musica dimenticata. All’indomani andò al SADAIC, la società di autori e compositori in Argentina e registrò il pezzo a nome di Discepolo e suo. Catulo Castillo sostenne sempre che fu Discepolo a dettargli il tango “Mensaje”.

​” Messaggio”​

Oggi che non ci sono, come vedi,

ho un tango che non posso urlare,​

io che non ho la tua voce,

io che non posso parlare.

Messaggio, con cui la mia vecchia tenerezza di creatura

ti sta prestando coraggio.

Io che nel lungo tragitto di questo viaggio soffri in solitudine

per gli oltraggi che subivi

! non volere mai male!  tanto, questa vita cosa importa!

è cosi fine e corta.. che alla fine il filo si spezza.

che non ti affligga il dolore e, se l’amore ti da retta,

non negargli la tua parte di tenerezza

che è cosi bello credergli, all’amore.

bene, questo è tutto.

Perché essendo buono, non c’è odio né ingiustizia né veleno

che faccia male.

Oggi che non ci sono, mi fa pena non essere al tuo fianco

per lottare con te.

Tu che mi facevi piangere… tu che eri tutto rancore.

 ! Messaggio ! messaggio con cui ti dico

che sono tuo amico, e tiro la carretta insieme a te.

Io, cosi piccolo e nudo, lo stesso ti aiuto

vicino a Dio.

SUR, STORIE DI TANGO CAPITOLO 4.

Quando avevo ​5​ anni la mamma di Gabriel, il mio amico d’infanzia, gli chiese: “come si chiama quel signore che suona il bandoneon”? e lui rispose: “Alibantrolio”. Rido ancora oggi ricordando come l​u​i sbagliasse il nome, ma a volte penso a quanto era famoso “Pichuco” Troilo perchè un bambino di ​5​ anni lo conoscesse. Anibal Troilo era il bandoneonista per eccellenza. Non per il virtuosismo, il fraseggio o lo stile ma per l’espressione, il sentimento e la personalità che esprimeva quando aveva il bandoneon fra le mani. Suonò sempre con lo stesso strumento da quando aveva 10 anni. Convinse sua madre a comprarglielo a rate e per la precisione​ erano​ 14. I​niz​​iarono a pagare le prime​ rate ma ​alla quarta, il commerciante che glielo aveva venduto morì e nessuno mai chiese il pagamento delle altre dieci. Troilo e il suo bandoneon furono inseparabili fino al 18 maggio del 1975 dove, come disse un poeta, “​Al bandoneon ​ gli cadde​ Pichuco dalle mani”. Dicono che era un uomo di una bontà infinita, infatti in Argentina lo chiamavano “el gordo bueno” (il ciccio buono). L’orchestra di Troilo si riconosce dalla prima battuta per il suo stile inconfondibile e fece dare il meglio a cantanti come Francisco Fiorentino, ​”​el tata​”​ Floreal Ruiz, Alberto Marino, Roberto Rufino, Roberto Goyeneche e tanti altri. Troilo lavorò con innumerevoli artisti di Buenos Aires ma forse la collaborazione più bella fu quella con il poeta Homero Manzi. Pichuco ammirava molto Homero per la sua sensibilità e per l’au​ra​ di lirico mistero che lo avvolgeva. Il grande pregio di Manzi fu quello di valorizzare la vita, il paesaggio e i ricordi dei vecchi quartieri di periferia che, con l’avvento ed il progresso della città, ​si trasformarono per sempre. Manzi fu un personaggio unico nella storia del tango per la sua capacità incredibile in usare il linguaggio e le metafore che descrivevano fotograficamente quello che scriveva. Infatti Troilo diceva che dopo aver letto i testi scritti da Homero era molto facile comporne la musica. Era talmente coinvolgente che le note uscivano quasi da sole. Le composizioni che fecero insieme formano parte del repertorio classico del tango come: “Romance de barrio”, “Che bandoneon”, “Barrio de tango”, “Discepolin” e forse il più bello di tutti “Sur” (Sud). La prima a cantare “Sur” fu Nelly Omar di cui Manzi era innamorato. Raccontava Nelly che Homero andò con un pianista a casa sua per mostrarle il suo ultimo tango che poi lei cantò in Uruguay. Il primo a incidere “Sur” fu il cantante Edmundo Rivero con l’orchestra di Anibal Troilo. Questa versione è una della più belle. Homero Manzi nacque nella provincia di Santiago del Estero, nel nord dell’Argentina, ma si trasferì con la sua famiglia a Buenos Aires quando aveva sette anni. Fu sempre legato al quartiere dove passò la sua adolescenza e probabilmente “Sur” è la descrizione di questo.

Sur…

San Juan e Boedo antico (incrocio di vie) e tutto il cielo….
il quartiere di “Pompeya” e, più in la, tutto allagato.
La tua chioma di fidanzata nel mio ricordo ed il tuo nome, galleggiando nel tuo “addio”!
L’angolo del maniscalco, “Barro” e ” Pampa”, la tua casa, il marciapiede, il canaletto….ed un profumo di erba e fieno che mi riempie di nuovo il cuore.
Sud… il vecchio muro e dopo…. sud, la luce del negozio del droghiere.
Già non mi vedrai mai più come un tempo, appoggiato alla vetrina, aspettandoti.
Giammai illuminerò assieme alle stelle la nostra passeggiata senza pensieri nelle sere di Pompeya​.
​Le strade, la luna di periferia, il mio amore e la tua finestra
è tutto morto, lo so già.
San Juan e Boedo antico, cielo perso!
Pompeya, vicino alla massicciata del treno…. i tuoi vent’anni tremando d’amore per il bacio che allora ti rubai.
Nostalgia delle cose passate, sabbia che la vita portò via.
ricordi di quartieri che sono cambiati e amarezza per un sogno che è morto..
Sud………..​

Buon ascolto!

Victor

EL CHOCLO, STORIE DI TANGO CAPITOLO 3.

Milano 16 febbraio 2016. Buenos Aires 16 febbraio del 1861 nasceva a un uomo che per merito, creatività e contributo inestimabile, fu chiamato all’epoca “il padre del tango”: Gregorio Angel Villoldo. Non si hanno informazioni certe sul posto in cui è nato nè sulla sua infanzia, ma sappiamo per certo che fu un uomo del quartiere di “Barracas”. Da ragazzo fece qualunque mestiere per sopravvivere, forse il più duro “el cuarteador” che consisteva nell’aiutare, con il suo cavallo, a tirare furi dal fango mezzi e carri in difficoltà. Lavorò come tipografo, fece il pagliaccio da circo, cantò in giro per i locali dell’epoca con la sua chitarra e un supporto attaccato al collo per la sua armonica. Fu un precursore nell’adattare i ritmi musicali più diffusi in quegli anni, come la habanera e los tanguillos espanoles, ai colori della musica rioplatense. Questo genere fu chiamato “tango criollo”. Nei primi anni del ‘900 andò a Parigi con Eusebio Gobbi e sua moglie Flora Rodríguez, ingaggiati dalla famosa catena di magazzini Gath & Chavez, per incidere dischi con musica argentina. Questo fatto contribuì moltissimo alla diffusione della musica di Buenos Aires in Europa, anche se prima di questo evento un “suo” tango era già famoso in tutto il mondo ed era “La morocha”. Vi sorprendereste nel sapere che tanti tangos che ballate in milonga, o che semplicemente conoscete di nome, appartengono al grande Angel Villoldo. Il più famoso di tutti i suoi pezzi è “el choclo” (La pannocchia). Fu eseguito per la prima volta in pubblico nell’anno 1903 a Buenos Aires dal sexteto di Jose Luis Roncallo. Il pezzo fu presentato come danza creola perchè il titolare non permetteva che si eseguisse il tango nel suo locale. Villoldo scrisse due testi per questo tango. Il primo parla metaforicamente della pannocchia (ma sua sorella Irene raccontava che le parole di “el choclo” alludevano ad un famoso guapo dell’epoca che aveva i capelli rossi). Il secondo testo fu intitolato “carino puro” (affetto puro) e fu cantato dai coniugi Gobbi. Negli anni trenta, Villoldo era già deceduto, il cantante Juan Carlos Marambio Catan scrisse un terzo testo che fu poi inciso da Angel Vargas con l’orchestra di Angel D’agostino. Però il testo più famoso fu scritto da Enrique Santos Discepolo nel 1947 per una scena del film “Casinò” di Luis Bunuel. “El choclo” è il tango più famoso dopo la Cumparsita. Fu eseguito da tantissime orchestre e cantato dai personaggi più emblematici della scena portegna. A proposito possiamo raccontare due aneddoti curiosi. Nel periodo della prima guerra mondiale un giornalista argentino si trovava sul fronte tedesco. Fu invitato a un ricevimento dove un pianista volle omaggiarlo suonando l’inno nazionale argentino. Dopo le prime note il giornalista riconobbe subito che non era l’inno se non il tango “el choclo” Il secondo aneddoto è che nel 1952 due autori degli Stati Uniti scrissero una canzone intitolata “kiss of fire”: era una evidente coppia del Choclo di Villoldo. Siccome il pezzo era troppo famoso dovettero riconoscere che era un adattamento di “El choclo”. Nel 1956 Louis Armstrong incise kiss of fire e il pezzo ebbe una enorme diffusione. Gli anni sono passati, il tango di Villoldo continua a suonare in tutte le milongas del mondo mentre il tango degli americani si sciolse nel’oblio. Angel Villoldo mori a Buenos Aires il 14 ottobre del 1919. Ci lasciò con la certezza che il tango era avviato inesorabilmente e in buone mani come quelle di Carlos Gardel che nel 1917 incise il tango di Villoldo “Cantar eterno”. Certi personaggi della storia a volte passano in sordina ma sono coloro che accendono la fiamma di quel fuoco che arde dentro, e che noi chiamiamo semplicemente “Tango”.

​Buon ascolto! 

 Victor

CAMINITO, STORIE DI TANGO CAPITOLO 2.

Nell’anno 1926 è nato mio padre nel “conventillo el 54” di Rosario. I “conventillos” erano “casermoni” con tante stanze affittate per pochi soldi a famiglie d’immigrati in maggioranza italiani (tra quelle la mia) e anche a gauchos, campesinos e operai del porto. Questo me lo raccontò mio padre pochi anni prima di morire forse perchè si vergognava della sua origine così umile, cosi promiscua, cosi “tanguera”. Si perché noi fino pochi decenni fa ci vergognavamo del nostro profondo coinvolgimento con il tango. Vivevamo quest’ arte come se fosse minore, da sfigati, tristi, senza educazione nè cultura e anche, perchè non dirlo, di gente con la pelle un pochino scura. Questo accadde alla mia generazione in Argentina culturalmente “penetrata”, nel vero senso della parola, da un progetto di dominazione dal quale, America Latina, è stata travolta più o meno dal momento che il nostro simpatico Colombo si bagnò i piedini nelle nostre spiagge. Se oggi amo Beniamino Gigli, Caruso, Gardel e il tango, lo devo a mio padre che ha saputo trasmettermi, in silenzio, l’emozione e l’amore per la propria cultura e le sue forme di espressione. Nello stesso anno, il 1926 probabilmente in qualche conventillo di genovesi del quartiere “de la Boca ” qualcuno ha scritto un pezzo che, dopo “la cumparsita” e “il choclo”, è il tango più diffuso al mondo: parliamo di “Caminito”. La musica fu scritta da “Juan de Dios Filiberto” che nacque e visse tutta la sua vita nel quartiere “de la Boca”. Ebbe origini umili e un’infanzia difficile.  Come tanti iniziò fin da ragazzino a lavorare. Lo descrivono come un uomo di modi e carattere grezzo ma con la fiamma dell’arte nelle vene. All’età di 24 anni iniziò a studiare solfeggio e composizione, e scelse il violino come strumento per poi approfondire l’armonia ed altri strumenti come il pianoforte e la chitarra. Tutto questo per poter esprimere le pulsioni che le musiche folkloristiche e il tango seppero svegliare in lui, nell’intensa vita trascorsa nel popoloso quartiere “de la Boca”. Filiberto fu un’artista unico. Come lui stesso diceva “la tecnica deve essere uno strumento al servizio del fuoco sacro che ogni artista porta dentro di sè”. Fu molto amico di “Quinquela Martin”, il pittore che espose in tutto il mondo i murales e i quadri dei conventillos, del porto e delle case del quartiere “de la Boca”. Scrisse molti tangos famosi e tanti furono incisi da Gardel. Per le melodie orecchiabili e i motivi un po’ tra il folklore e il tango a Filiberto viene attribuito la creazione dello stile “cancion portegna”. C’è un piccolo sentiero curvo di un centinaio di metri nel quartiere “de la Boca”. Nell’anno 59 le diedero il nome di “caminito”, alludendo che questo pezzo di strada fu la musa ispiratrice di Juan de Dios Filiberto per scrivere il famoso tango. Senza dubbio questo sentiero lo percorreva sempre per andare al lavoro o dai suoi amici. Oggi tutti i turisti si scattano foto davanti al busto e le placche che ricordano Filiberto e il luogo dove nacque “Caminito” ma adesso vi racconto cosa ispirò il testo di “Caminito” che fu scritto da “Gabino Coria Penaloza”.  Questo signore fu un personaggio affascinante. Scrittore e poeta lasciò nella storia del tango 3 libri e dei pezzi memorabili scritti come co-autore con Filiberto ed altri musicisti. Fu amico di Quinquela Martin, di Razzano e di Gardel che incise e fece debuttare il suo tango “Margaritas”. Coria Penaloza nacque a La Paz, Mendoza. Da ragazzo per lavoro si trovò di passaggio in un paesino della provincia della Rioja, oggi città di Olta. Lì conobbe una ragazza che era un’insegnante di musica del paese. Iniziarono a frequentarsi di nascosto. Si vedevano per parlare e stare insieme in quel “caminito bordeado de trebol y juncos en flor” (quel sentiero contornato di piante fiorite). Nell’anno 1903 e in un paesino piccolo del nord della Argentina era impensabile che la famiglia di una ragazza vedesse di buon occhio una relazione con uno sconosciuto di passaggio. Penaloza dovette ripartire facendole la promessa di tornare a riprenderla. E cosi dopo un anno lui tornò ad Olta a cercare il suo amore, ma i paesani del posto gli dissero che lei era partita, che non abitava più ad Olta e nessuno sapeva dove era andata. “Desde que se fue nunca mas volvio seguire sus pasos, caminito adios” (da quando se ne andò, mai più è tornata, seguirò i suoi passi, sentierino addio.) Il dolore di Coria Penaloza fu grande e trovò sfogo in una poesia. La musica di Filiberto, anni dopo, le diede vita trasformandola in un tango che viaggia nel mondo intero da novant’anni. Sappiamo che “Caminito” nacque nell’anno 1926 e che non morirà mai.

Sentierino che il tempo ha cancellato, che insieme un giorno ci hai visto passare​

sono venuto per ultima volta, sono venuto a raccontarti il mio dolore.

Sentierino che allora eri contornato di “trebol” e “juncos” in fiore

un’ombra presto sarai, un’ombra uguale a me.

Da quando se n’è andata io vivo triste, sentierino amico anch’io me ne vado.

Da quando se n’è andata mai più tornò, seguirò i suoi passi, sentierino addio!

Sentierino che tutti i pomeriggi felice percorrevo cantando il mio amore

non dirle se torna a passare da qui, che il mio pianto il tuo suolo bagnò.

Sentierino coperto di cardi, la mano del tempo le tue impronte cancellò

Al tuo fianco vorrei cadere e che il tempo ci ammazzi a tutti e due.

Buon ascolto!

POR UNA CABEZA, STORIE DI TANGO CAPITOLO 1.

“Por una cabeza”
Per te che mi chiedi sempre questo tango, ti racconto almeno da dove
arriva.
POR UNA CABEZA, per una incollatura, è una metafora con la vita reale e
sentimentale che trova il nostro “Carlos” , per raccontare ​una giornata all’
ipodromo de Palermo a Buenos Aires, dove come al solito, perde tutto.
Questo tango, nasce come tanti altri, nel periodo dove Gardel era una
star a New York e registrava i film di tango.
Raccontava il musicista Terig Tucci, che era il direttore ed arrangiatore di
Gardel in quell’epoca: ” mi squilla il telefono alle 3 di notte. Era Gardel che
mi canticchiava e mi diceva di aver trovato una melodia e le parole per
un nuovo tango.”
Gardel fu proprietario di molti cavalli di corsa, ma il più rinomato fu
“LUNATICO” con cui vinse tanti premi e primi posti.
A guidarlo era “el mono Leguizamo” che fu il fantino più famoso in
Argentina, detto anche “el pulpo” (il polpo), un tango scritto in suo onore
recita: “leguizamo solo, gritan los nenes de la popular, leguizamo solo, y
el pulpo cruza el disco triunfal”
(leguizamo solo in punta, urlano i concorrenti in tribuna popolare,
leguizamo solo, e il polpo passa la linea di arrivo, trionfale)
Gardel, fu il pioniere, chi inventò il tango canciòn nel 1917, con una voce
mascherale e calda e con un fraseggio unico ed intuitivo. Continua ad
essere ​un mito per noi, e come diciamo in Argentina “cada dia canta
mejor” (ogni giorno canta meglio).

Buon ascolto! Victor.
Diritti d’autore: Victor Hugo Del Grande.